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Ugonotti della discordia


Pubblished on
12 March 2020


Pubblicato sul numero 234 di ClassicVoice del 14/11/2018

Ciò che mi spinge a leggere tutte le recensioni su di una produzione è la curiosità di confrontare le impressioni. Da queste letture cerco non solo di capire cosa piace e cosa no, ma anche quanto e di chi i critici amino scrivere.

Ed è così che scopro che la palma di produzione più recensita di questo inizio stagione va sicuramente a Les Huguenots. Con questo atteso ritorno, Parigi raccoglie l’interesse della critica internazionale accumulando quasi 40 recensioni, di cui una quota importante in lingua straniera.

Ma l’attenzione non si traduce in apprezzamento: la critica si scaglia unanime contro il regista – «Quella di Kriegenburg è un’occasione persa lunga 5 ore» (Shirley Apthorp “Financial Times”) – e in ordine sparso contro il direttore.

I giudizi sul cast sono più allineati: Lisette Oropesa perfetta, Karine Deshayes bravissima, Yosep Kang non all’altezza come pure Nicolas Testé. La vera discussione si concentrata su Ermonela Jaho, per alcuni «un soprano lirico-drammatico, e non il soprano Falcon atteso» (Jean Michel Pennetier “ForumOpera”) per altri abbastanza «toccante» (Marie-Aude Roux “Le Monde”) da rendere bene Valentine.

Più difficile per la critica francese digerire uno straniero sul podio. Lo riconosce Philip Eisenbeiss che nota su “Interlude” come chiamare Michele Mariotti sia stata «un’idea ispirata, quanto rischiosa».

E così la direzione è «scrupolosa ma piatta» (Emmanuelle Giuliani “La Croix”) e «più efficace che ispirata» (Didier Van Moere “Diapason”), ma anche restitutrice di «una stupefacente varietà di colori e dinamiche ed effetti» (Alberto Mattioli “La Stampa”) e in grado di «dare una spinta in avanti e un’interpretazione» (Alex Ross “The New Yorker”).

Se a Parigi un direttore italiano ha creato dibattito è andata peggio a un regista tedesco a Milano. L’Ernani di Sven-Eric Bechtolf è stato criticato da tutti, per due ragioni: l’idea del metateatro poco sviluppata e la lesa maestà verdiana, ovvero ironizzare sul testo che Verdi musicò.

Tra i pochi, Fabio Vittorini sul “Manifesto” concede la possibilità di rassegnarsi alla sgangheratezza di alcuni libretti verdiani «dichiarando la teatralità del tutto» e «liberando il pubblico dall’impaccio di immedesimarsi in sentimenti che non gli appartengono», concentrandosi sulla direzione e sui cantanti, che la critica ha in media difeso dai fischi.

Piuttosto che prendere in giro Verdi meglio «congelarlo» (James Imam “Financial Times”), come è successo a Parma con Le Trouvère, che ha messo tutta la critica d’accordo: una direzione perfetta (nemmeno una recensione negativa su 28!), un cast omogeneo, una regia raffinata.

Dalle terre verdiane, dove si programma in francese un’opera tradizionalmente in italiano, si passa a Berlino, dove la Staatsoper fa lo stesso ma con un titolo meno tradizionale: Medée, che deve la sua ottima dote di recensioni straniere alla presenza di Sonya Yoncheva nel ruolo eponimo, sulle orme della Callas, ma in francese, impreciso secondo i critici francesi accorsi a Berlino, ma eccezionalmente cantato secondo tutti.

Ma a Berlino non basta, si deve cantare bene, il giusto repertorio e con personalità. Così per Frederik Hanssen (“Der Tagesspiegel”) «il magnifico strumento della Yoncheva sembra semplicemente eccessivo» e il soprano bulgaro è «monodimensionale, uniforme e impassibile nell’espressione e nella voce» secondo Peter Jungblut (“Berliner Morgenpost”). E con una regia male accolta e una direzione «beethoveniana» (Manuel Brug “Die Welt”), anche l’apertura di stagione della Staatsoper non riceve l’unanime benedizione della critica.

A prevalere restano così le riprese de La finta giardiniera scaligera e Die Zauberflöte a Roma, che oltre a piacere ha il merito di sollevare il tema della primazia tra regia e direzione. La direzione di Henrik Nánási è poco interessante o semplicemente vittima dei tempi dettati dai video di Barrie Kosky?

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