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Se Violetta è come la Ferragni


Pubblished on
15 April 2020


Pubblicato sul numero 245 di ClassicVoice del 10/10/2019

Settembre vede i teatri impegnati nella riapertura dopo la breve pausa estiva, affrontata dai molti con un saggio mix di riprese e nuove produzioni.

Prima Parigi, che sceglie di riprendere i Puritani di Pelly e la Butterfly di Wilson puntando sui cast. Ci riesce con Bellini – “il pubblico acclama il tenore Javier Camarena e il debutto in ruolo di Elsa Dreising” (Charles Arden, “Ôlyrix”) – meno con Puccini – “è difficile decidere se la natura inudibile dello spettacolo sia il risultato dei limiti del cast o dei problemi acustici della sala” (David Salazar, “OperaWire”).

Ma la nuova produzione, quella che davvero apre la stagione, è La traviata affidata alle cure di Simon Stone e Michele Mariotti che accompagnano il debutto in ruolo di Pretty Yende che “malgrado i suoi limiti trionfa nella parte” (Emmanuel Dupuy, “Diapason”). Secondo il regista australiano Violetta è una Ferragni costretta a rinunciare ad Alfredo per la felicità della di lui sorella, promessa a un ricco mediorientale conservatore. L’idea funziona “al punto che ci si domanda perché nessuno avesse ancora pensato a questa Violetta 2.0” (Marie-Aude Roux, “Le Monde”). E se in Medea a Salisburgo la freddezza di Stone era vista come un punto debole, a Parigi “l’acustica del Palais Garnier, secca come la regia, evita alla Traviata di diventare una lacrimevole love story” (Reinhard J. Brembeck, “Süddeutsche Zeitung”). Grazie anche a Mariotti che “dirige Traviata come se Verdi l’avesse scritta per noi, qui, adesso, e non l’avessimo ancora mai sentita” (Alberto Mattioli, “La Stampa”).

Come Parigi, così Londra propone due riprese confidando nei cantanti, con Juan Diego Flórez che “richiama il Werther di Alfredo Kraus di una generazione fa” (Richard Fairman, “Financial Times”) e un Don Giovanni “dall’eccellente cast” (William Hartston, “Daily Express”).

Sempre la compagine vocale salva la nuova produzione di Agrippina dove “l’alta qualità dei cantanti compensa la regia iperattiva di Barrie Kosky” (Richard Fairman, “Financial Times”). “Vero” – chiosa Richard Morrison del “The Times” – “non c’è mai un momento morto, ma ne avrei voluti molti di più”.

Due riprese più una nuova produzione è una soluzione che piace così tanto da essere adottata anche dal Metropolitan. Così se il Macbeth di Noble può affidarsi alla solidità di Lady Netrebko, la Manon di Pelly vede il debutto di Lisette Oropesa “che da sola vale il prezzo del biglietto” (Joshua Barone, “The New York Times”).

La terza produzione, quella nuova – in realtà già vista in Europa – è Porgy and Bess – in realtà una versione ridotta in due atti. Se “è impossibile decidere quale aspetto della performance di Blue sia la più incantevole” (James Jorden, “Observer”) è invece più facile considerare vinta la felice scommessa del MET: mettere in scena un’opera che la sensibilità statunitense non ha mai digerito completamente “in una America più che mai lacerata da un esplicito odio razziale” (Christopher Corwin, “Parterre”). L’opera “è un attento ritratto di una comunità nera della Carolina del sud degli anni 20 o un ricettacolo di infelici stereotipi? Porgy and Bess è stata scritta da bianchi dopotutto” ricorda Anthony Tommasini, giornalista bianco del “The New York Times”, che però sospende il giudizio politico “davanti a uno spettacolo così autorevole e intenso”.

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