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Rameau nella banlieue


Pubblished on
20 April 2020


Pubblicato sul numero 246 di ClassicVoice del 13/11/2019

È meglio che uno spettacolo piaccia al pubblico o alla critica?

Il dubbio ce lo pone l’Opéra, che con Les Indes Galantes ottiene un enorme successo di pubblico, un’attenzione notevole (quasi 35 recensioni!) ma una tiepida risposta della critica. Grazie alla rischiosa scelta di fondere “l’opera barocca con le danze urbane” (Guillaume Tion, “Libération”) Clément Cogitore “quadra il cerchio con successo” (Marc Zitzmann, “Frankfurt Allgemeine”) ricevendo “uno dei successi di pubblico tra i più folgoranti che un regista possa sognare” (Marie-Aude Roux, “Le Monde”).

“Eccoci ben lontani dal canone di una danza barocca ricostruita, archeologica, ma pienamente nello spirito barocco, quello del superamento dei limiti e degli eccessi” (Stéphane Gilbart, “Crescendo Magazine”). Una danza ad uso di quel “pubblico da prima parigino che vede come dei nuovi selvaggi i giovani portatori di quella cultura urbana delle banlieue che non frequentano. È questa la proposta politica della messa in scena” (Jean-Pierre Sicard, “ResMusica”). Proposta che collima con lo “sconcertante bisogno francese di trasformare persino un ritratto della gangland hip-hop e underground in un qualcosa di gusto e bellezza sontuosi. Ma forse è esattamente quello che faceva Rameau.” (Shirley Apthorp, “Financial Times”).

Se stupisce un successo di pubblico a fronte di un’incertezza della critica – “La compagnia hip-hop di Bintou Dembélé è fantastica, ma lo spettacolo dure tre ore e quaranta minuti di musica, la danza dei selvaggi ne dura 10. Ed è la sola idea della serata. 3 ore e 40 sono lunghe” (Christian Merlin, “Le Figaro”) – più frequente è che di fronte alle proteste del pubblico siano i critici a levare gli scudi.

E va così al Nabucco del Festival Verdi dove “non sono mancate fischi e urla (“vergogna”, “povero Verdi”) all’inizio e poi nei cambi di scena” (Mauro Balestrazzi, “Repubblica”) a causa di un “genere di spettacolo che si vede abitualmente in tutto il mondo civilizzato, dove ormai Nabucco senza il panettone in testa e le tovaglie multistrato addosso non è l’eccezione, ma la regola” (Alberto Mattioli, “La Stampa”). Colpevoli di tanto rumore i registi Ricci e Forte, “fedeli all’opera e alle sue ragioni drammaturgiche e autentiche. Che, dalla buca d’orchestra, l’idea musicale e la resa interpretativa di Francesco Ivan Ciampa da sola valevano a sostenerle” (Angelo Foletto, “Classic Voice”).

Ma se ci sono spettacoli che piacciono alla critica e altri che piacciono al pubblico, ci sono anche quelli che piacciono a tutti e due, come succede alla Scala grazie all’insospettabile Giulio Cesare in Egitto e al più sospettabile Robert Carsen, uno dei pochi registi che mette d’accordo tutti. Pare poi che “Milano stia affrontando la sua Handel mania: anche prima del debutto, tutte le repliche erano quasi al completo” (James Imam, “Financial Times”). Forse il titolo non è dei più popolari, ma l’altissima qualità della produzione “riesce a rendere godibile un’opera che potrebbe risultare assai pesante” (Elsa Airoldi, “Corriere del Ticino”). “Carsen ci consegna il testo di Handel come se fosse Shakespeare, scavato in tutte le possibili declinazioni espressive” (Carla Moreni, “Il Sole24Ore”) e regala un “incanto senza fine” (Enrico Girardi, “Corriere della Sera”).

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