fbpx
×

Hello, what you are looking for?

 Search
Logo Bravopera Logo Bravopera

Melomani in estasi


Pubblished on
22 March 2020


Pubblicato sul numero 239 di ClassicVoice del 11/4/2019

Questo mese sono due gli spettacoli che hanno mosso le attenzioni della critica europea, e per ragioni opposte: da un lato c’erano il titolo, il direttore, la messa in scena e il cast; dall’altro c’era il cast.

Parliamo di Chovanščina e della Forza del destino, Milano e Londra.

L’opera incompiuta di Musorgskij è una vera rarità al di fuori della Russia, e la Scala ha messo in opera tutte le forze disponibili per non perdere l’occasione artistica di essere tra i pochi teatri a metterla in scena.

Ma la Royal Opera House ha giocato d’astuzia realizzando un colpaccio difficile da eguagliare, ovvero il guilty pleasure di ogni melomane: Anna Netrebko e Jonas Kaufmann sullo stesso palcoscenico. Tutto il resto è superfluo, letteralmente: “La regia di Loy? […] Non ce n’era bisogno” (Richard Morrison, “The Times”).

Non solo il giudizio sui due cantanti è unanime, ma lo è anche quello sul loro “sublime amalgama vocale” (Manuel Brug, “Die Welt”). “Sembra l’incontro di due veterani all’apice delle loro capacità, la loro chimica e il loro effetto combinato è galvanizzante” (Zachary Woolfe, “The New York Times”), cosicché “le loro scene insieme, i momenti più alti della serata, elettrizzano” (Tim Ashley, “The Guardian”).

E visto che il passato è il regno eletto dei melomani non può mancare il richiamo all’Arcadia: “Cosa avvicina la serata al paradiso resta, in ogni caso, il livello vocale da Età dell’oro” (Rupert Christiansen, “The Telegraph”).

La direzione di Antonio Pappano è celebrata persino più della prova vocale del magico duo, ma ruba molto meno spazio nelle entusiastiche recensioni.

Dove Londra ha provocato eccitazione e fervore, la Scala ha invece suscitato ammirazione e trasporto. Quello che è stato premiato in Chovanščina è un lavoro d’assieme, dove “il merito è di tutti, non di qualcuno in particolare” (Enrico Girardi, “Corriere della Sera”) reso grazie a “un impegno così massiccio e così riuscito di tutte le molte risorse della Casa” (Alberto Mattioli, “La Stampa”).

Martone “racconta benissimo col respiro del regista-cronista che non scende in piazza, urla e trama, uccide e piange con i protagonisti ma ne condivide paure per il futuro e orrore per il presente” (Angelo Foletto, “la Repubblica”), inciampando solo sui costumi dove “la lacerante Marfa di Ekaterina Semenchuk” (Andrea Estero, “Classic Voice”) viene “ridotta a una sosia pingue di Loredana Berté” (Giovanni Gavazzeni, “il Giornale”).

Ma nulla appanna la resa dell’orchestra della Scala che “sorpassa di molto le migliori aspettative” (Renato Verga, “Bachtrack”), consegnandosi “al gesto di Gergiev, andando oltre la razionalità, la convenzione. E creando quel fuoco, che riempie e tiene la sala, come capita in rare occasioni. Che non si spiega ma si sente.” (Carla Moreni, “Il Sole24Ore”).

Similmente fa il coro di Casoni che “colonna del teatro lo è sempre, ma stavolta ha davvero superato se stesso”. (Elvio Giudici, “Il Giorno”). Mentre a completare l’idillio c’è “l’eccellente fila di solisti, provenienti principalmente dal Mariinskij, che assicurano uno spettacolo inarrestabile e avvincente” (James Imam, “Financial Times”).

In questo panorama di ottime critiche ci pensa Guy Cherqui (“Wanderer”) ad aggiungere la pennellata nostalgica: “Quella di questa sera è la Scala dei nostri ricordi, quella che amiamo e all’altezza della sua leggenda.”

Leave a Reply