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Lady vincente


Pubblished on
28 March 2020


Pubblicato sul numero 240 di ClassicVoice del 14/5/2019

Aprile è il mese della Scala, che dopo il gravoso ma ripagato impegno profuso nella monumentale Chovanščina, propone due nuove produzioni, ma con risultati meno esaltanti: Manon Lescaut, “quarto episodio del serial pucciniano diretto da Riccardo Chailly” (Mattia L. Palma, “CultWeek”), e Ariadne auf Naxos.

“L’operazione ‘Ur-Manon’ […] nella versione primitiva del ’93” evita il naufragio grazie all’“eccezionale attitudine pucciniana del direttore musicale scaligero” (Enrico Girardi, “Corriere della Sera”). Ma “il cast non omogeneo non permette allo spettacolo di raggiungere il punto di ebollizione” (James Imam, “Financial Times”) e nemmeno lo “straordinario allestimento” (Emilio Sala, “Amadeus”) di Leslie Travers compensa “il vuoto assoluto di idee di David Pountney” (Fabio Vittorini, “Il Manifesto”), confermando la “tendenza del Tempio agli spettacoloni-oni-oni” (Alberto Mattioli, “La Stampa”).

Ma peggio va ad Ariadne, che finisce per poter contare solamente su “una Krassimira Stoyanova nobile e sontuosa in ogni tornitura” (Gian Mario Benzing, “Corriere della Sera”) e su un Pereira-Maggiordomo che “scatena la curiosità del pubblico” (Stefano Jacini, “Giornale della musica”). Il direttore Welser-Möst si rivela “corretto ma di certo non trascinante” e la regia di Wake-Walker si appiattisce in “una banale parodia pop che svilisce il messaggio intellettualistico dell’opera” (Renato Verga, “Bachtrack”).

A sottolineare la delusione per le produzioni scaligere un panorama internazionale vario e positivo: A Parigi Lady Macbeth di Mcensk diretta da Ingo Metzmacher e con la regia di Warlikowski, “al suo meglio” (Marie-Aude Roux, “Le Monde”), marca anche un successo personale per Aušrinė Stundytė “che colpisce nel segno tanto è straordinaria, quasi irreale” (Pierrick Geais, “Vanity Fair”). “Una delle produzioni più belle, forse la più bella, del mandato di Stéphane Lissner” secondo Didier van Moere (“ConcertoNet”), fortemente consigliata anche dalla solitamente caustica Shirley Apthorp del Financial Times: “Da vedere”.

A Londra fa quello che ci si aspetta il Faust nella quinta “ripresa della meravigliosa produzione di McVicar” (Tim Ashley, “The Guardian”), diretto da Dan Ettinger e cantato da Erwin Schrott e Michael Fabiano “le cui voci sembrano fatte l’una per l’altra” (Colin Clarke, “Seen and Heard”). Mentre il Billy Budd di Deborah Warner, dopo Roma e la vittoria del Premio Abbiati, pare perdere mordente nella traversata della fredda Manica: “Ho passato quasi un’ora e mezza a riflettere sul perché tutta questa efficiente scenotecnica finisca per neutralizzare un’opera che dovrebbe invece essere piena di azione” (Richard Morrison, “The Times”).

Infine, come spesso accade, è Berlino a proporre i due titoli più particolari. La Staatsoper prosegue sulla ormai consolidata linea di abbinare ottimi cantanti e bravi direttori a disastrose regie con la produzione di Verlobung im Kloster di Prokof’ev. “Musicalmente […] una festa sotto ogni aspetto” (Uwe Friedrich, “BR-Klassik”) ma scenicamente “senza humor e ritmo” (Peter Uehling, “Berliner Zeitung”).

Alla Deutsche Oper invece trionfa Der Zwerg di Alexander von Zemlinsky “grazie alla regia intelligente, sensibile e senza compromessi di Kratzer e a un cast incredibile, superbamente diretto” da Donald Runnicles (Hugo Shirley, “Bachtrack”).

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