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La fiera della novità


Pubblished on
31 March 2020


Pubblicato sul numero 241 di ClassicVoice del 13/6/2019

Mentre l’Opéra e il Covent Garden propongono al proprio pubblico due riprese ciascuno per un totale di due Tosche, un Flauto magico e uno Chénier, tocca agli altri teatri inventarsi qualcosa di nuovo. E qualcosa di nuovo nell’opera vuol dire spesso qualcosa di raro.

A Parigi a rubare la scena alla grande boutique ci pensa l’Opéra Comique che per la Manon di Massenet, nata proprio per la Salle Favart, mette in fila nomi di un certo peso: Olivier Py, Marc Minkowski e Patricia Petibon. Insomma, tutte le glorie francesi, che infatti non deludono le aspettative, persino le rispettano alla lettera: “è superfluo dire che Py fa Py” (Guillaume Tion, “Liberation”) in “una delle sue regie più coerenti e intense” (Christian Merlin, “Le Figaro”). Ma “la riuscita di questa produzione si deve anche alla complicità assoluta che unisce il regista con l’interprete principale” (Laurent Bury, “ForumOpera”), “Patricia Petibon, […] una grande Manon sotto ogni aspetto” (Steeve Boscardin, “ResMusica”).

Sempre rimestando tra le rarità, Roma dà buona prova di sé dopo una non eccezionale Vedova allegra, decidendo di affidare L’angelo di fuoco di Prokof’ev a Emma Dante, che crea una regia “ricca d’idee forti, originali e molto teatrali, mai eccessiva o piuttosto eccessiva quanto deve esserlo la regia di un’opera come questa” secondo Mauro Mariani (“Giornale della musica”). D’altronde – aggiunge Carla Moreni su il Sole24Ore – quando “si lavora con un pensiero, di squadra, non possono esserci falle. Infatti ognuno canta e recita in uguale fantastica misura” anche “per merito della tesa, quasi spasmodica, e tuttavia limpidissima lettura musicale di Alejo Pérez” (Dino Villatico, “la Repubblica”).

Ma a vincere la palma della rarità è sicuramente la Bayerische Staatsoper che propone la versione francese dell’Alceste gluckiano, scontrandosi però con la critica tedesca, che non apprezza troppo la presenza di ipercinetici ballerini a scapito dei cantanti, inchiodati al loro posto: “Dorothea Röschmann nel ruolo di Alceste avrà percorso la lunghezza del palcoscenico al massimo tre volte durante tutto lo spettacolo” (Sylvia Schreiber, “BR Klassik”). “Sidi Larbi Cherkaoui è essenzialmente un coreografo” (Wolf-Dieter Peter, “Neue Musikzeitung”) e non sembra “avere un concetto dietro l’umiltà del decorativo” (Peter Krause, “Concerti”). Ma se lo spettacolo risulta scialbo “una parte della colpa ricade su Antonio Manacorda, che dirige con mano romantica e pesante” (Shirley Ampthorp, “Financial Times”).

Tornando in Italia si passa da una deludente Turandot alla Fenice – “Se ciò che si vede non incide, ciò che si ascolta non convince che in parte” (Cesare Galla, “Lettera43”) – per arrivare al teatro milanese, che arriva alla quinta nuova produzione di fila, dimostrando, se non una qualità costante, sicuramente una notevole resilienza.

Prima l’alzata: un Idomeneo che è “tutto perfetto, eppure annoia” (Enrico Girardi, “Corriere della sera”), dove una “compagnia di buona tenuta, anche se non esattamente «da Scala»” (Alberto Mattioli, “la Stampa”) porta “avanti con dedizione ed efficacia lo spettacolo” (Daniele Cassandro, “Internazionale”). Poi la schiacciata: Die Tote Stadt, dove la tensione che “con cui Gilbert e Vick intrecciano canto, recitazione e movimenti scenici […] ben merita i dodici minuti di applausi” (Gian Mario Benzing, “Corriere della sera”).

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