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Carmen Gorilla


Pubblished on
16 March 2020


Pubblicato sul numero 236 di ClassicVoice del 11/1/2019

Attila! Il re degli Unni rinnova il miracolo laico del 7 dicembre, quello di far uscire tutte le recensioni il giorno successivo (alcune persino la sera stessa!). Così la mattina dell’8, tra quotidiani, blog e mensili abbiamo già 23 critiche per tirare le somme su questa inaugurazione scaligera, che come ogni anno arriva “puntuale a ricordarci che abbiamo bisogno di riti collettivi” (Fabio Vittorini, “Il Manifesto”).

La regia “mette tutti d’accordo” secondo Alessandro Cammarano su “Le Salon Musical”, ma Angelo Foletto aggiusta il tiro: “lo spettacolo mette (quasi) tutti d’accordo” (“La Repubblica”). Facile poi trovare un aggettivo che sintetizzi il lavoro di Davide Livermore: cinematografico ricorre in almeno 7 recensioni, accompagnato talvolta dal temine colossal (o kolossal, dipende dallo stile del critico).

La precisione dell’orchestra e del “coro di Casoni, una delle poche certezze che ci restano” (Alberto Mattioli, “La Stampa”), viene sottolineata da tutti, mentre la direzione di Riccardo Chailly piace molto ma non senza sparuti distinguo. Insomma, tutto bello e tutto funziona, cast compreso.

Altra apertura di stagione decembrina è il Rigoletto di Roma. La direzione di Daniele Gatti, “al di sopra delle migliori aspettative” (Angelo Foletto, “Classic Voice”), è la protagonista in positivo di tutte le recensioni. Così come la regia di Daniele Abbado lo è in negativo. Riguardo ai cantanti la critica si divide solamente sulla voce di Ismael Jordi: “giusto nell’assenza di ogni empito eroico” (Dino Villatico, “La Repubblica”) o troppo “incolore e debole” (Stefano Ceccarelli, “L’Ape musicale”)?

Se in Italia godiamo di due nuove produzioni invece a Londra e Berlino c’è stato un discreto movimento per due riprese: quella della Carmen-gorilla di Barrie Kosky e quella dei Contes d’Hoffmann vintage di Laurent Pelly.

Quest’ultima è stata apprezzata dalla critica per la qualità dell’orchestra della Deutsche Oper, “principale star della serata” diretta da un “grande” Enrique Mazzola (Frederik Hanssen, “Der Tagesspiegel”), e per la necessariamente poliedrica Cristina Pasaroiu, che interpreta i 4 ruoli sopranili con “provocatoria eleganza” (Peter Uehling, “Berliner Zeitung”).

Liquidato Berlino torniamo subito su Londra, perché la verità è che nonostante siano passati 10 mesi dalla prima di febbraio, questa produzione ha nuovamente gettato in una forte confusione – quasi fisica, Marc Bridle di “Opera Today” racconta di non essersi mai sentito “meno in colpa di fumare una sigaretta dopo una Carmen e in particolare dopo questa produzione” – la critica inglese.

Ma proprio grazie all’asimmetria delle reazioni sono emersi i temi più interessanti.

Intanto cos’è Carmen? “Un pezzo di falso esotismo spagnoleggiante o un sofisticato prodotto della Parigi di Offenbach” (Michael Church, “The Independent”)? È dunque lecito trasformarla in un “collage di omaggi al musical, al cinema e ai video musicali con una musica familiare di sottofondo” (Sophia Lambton, “The Broadway World”), rendendola più “spettacolo che opera” (David Mellor, “Daily Mail”)? Quanto questo giudizio è legato alle nostre aspettative su “cosa Carmen dovrebbe dire o tramettere” (Sam Smith, “Opera Online”)?

Ma soprattutto… È uno spettacolo che merita di essere visto?

Pare di sì, a meno che tu non sia la nonna di Alexandra Coghlan, che sullo “Spectator” premia la Carmen di Kosky come “lo spettacolo più intelligente in città”, ma ammette che la granny potrebbe preferire la più tradizionale Bohème in scena alla English National Opera.

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