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Bastano quattro mesi a cambiare un’opera?


Pubblished on
18 March 2020


Pubblicato sul numero 237 di ClassicVoice del 12/2/2019

Un gennaio di sfide quello che inaugura il 2019.

La prima a distanza vede la perfida Albione permettersi di programmare Traviata contemporaneamente alla Scala, e secondo la critica di farla pure meglio.

Lo scontro contrappone il “decotto megacarrozzone” (Elvio Giudici, “Il Giorno”) firmato Cavani 1990 alla ripresa della regia di Richard Eyre, di poco più giovane, che supera meglio la prova del tempo: “Decorosa eppure quintessenziamene semplice. Elegante e funzionale, come un tubino nero” (Sophia Lambton, “BroadwayWorld”).

La Scala scommette sulla direzione di Chung, da cui Enrico Girardi (“Corriere della Sera”) si aspettava “più mordente e più esattezza grammaticale” ma che secondo Angelo Foletto (“la Repubblica”) “ha dato soddisfazione e profonde ragioni musicali di riflessione”.

Il Covent Garden punta invece su Ermonela Jaho “teatralmente e vocalmente al suo massimo” (Inge Kjemtrup, “The Stage”) la cui prova maiuscola salva quella meno felice di Igor Golovatenko, “deludente come Germont, incline al canto urlato, vicino al ruggito” (Mark Pullinger, “Bachtrack”). Sferrando così il colpo della vittoria.

La seconda sfida è un curioso derby tutto interno all’Opéra, dove a Palais Garnier e Bastille hanno debuttato due attesissime nuove produzioni un giorno di seguito all’altro. Il primo omicidio messo in scena da Romeo Castellucci e Les Troyens con la regia di Dmitri Tcherniakov e diretto da Philippe Jordan.

La stampa riporta di applausi tiepidi per l’italiano e reazioni più scomposte all’uscita del russo.

Ma l’opéra monstre di Berlioz paga anche una direzione d’orchestra “piatta, pesante e prosaica” (Laurent Bury, “ForumOpera”) e tagli poco apprezzati che portano Jean-Luc Clairet (“ResMusica”) a sentenziare: “Berlioz non ha mai visto Les Troyens. I parigini nemmeno”.

Mi permetto un breve excursus per notare come Jordan sia sistematicamente contestato dalla critica francese qualsiasi cosa diriga, accumulando nel corso dell’ultimo anno una serie di giudizi negativi che non toccano a nessun altro direttore musicale di istituzioni pari.

Il primo omicidio se la cava meglio, merito della bacchetta di René Jacob grazie alla quale la “B’Rock suona come una piccola orchestra da camera: agile, chiara, precisa” (Joshua Barone, “The New York Times”).

Ma Christian Merlin dalle colonne di “Le Figaro” ironizza: “Per la nuova produzione dell’Opéra de Paris […] non si è badato a spese invitando Bob Wilson per la regia e Mark Rothko per le scene”. Marie-Aude Roux lo corregge da “Le Monde”, “Romeo Castellucci non richiama la stilizzazione del teatro nô, piuttosto quella delle pitture religiose medievali”.

La terza sfida è quella in cui pare si sia imbarcato il Comunale di Bologna, dimostrare che l’usato non è sempre sicuro. Così al tonfo del decembrino Don Giovanni di Sivadier, importato da Aix-en-Provence dove era stato accolto nemmeno troppo male nel 2017, questo mese segue Il trovatore di Robert Wilson visto al Festival Verdi in salsa francese e all’epoca (cioè 4 mesi fa) ben accolto dalla critica.

A Bologna però “tutto è prevedibile, a tratti perfino stucchevole” (Roberto Mori, “Connessi all’opera”) mentre la parte musicale “passa dalla forbitezza festivaliera alla mediocrità routinaria” (Francesco Lora, “il Corriere Musicale”) anche a causa della criticata direzione di Pinchas Steinberg che “a furia di tagliare, riesce a trasformare una quercia in un bonsai tristanzuolo” (Alessandro Cammarano, “Le Salon Musical”).

Così pare che la differenza tra festival e teatri stabili non sia solo di pubblico ma anche di critica.

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